lunedì 19 giugno 2017

Schegge Budo e Zen - 19 giugno 2017




















"La vera tecnica del corpo, il waza, dev'essere la sostanza dello spirito. La sostanza è lo spirito. Non bisogna guardare il corpo dell'avversario, ma dirigere il nostro spirito.
Non c'è nemico."

Taisen Deshimaru Roshi,
Lo Zen e le Arti Marziali




"Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te."

Franz Kafka,
Diari




"Studiare la Via del Buddha è studiare se stessi. Studiare se stessi è dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi è essere illuminati da ogni cosa. Essere illuminati da ogni cosa è liberarsi. Liberare il proprio corpo e la propria mente è liberare il corpo e la mente degli altri."

Eihei Dōgen




"Solo, semplicemente seduto osservo il clamore e l'affanno dell'uomo."

P.Taigō Spongia Sensei




"Lo Zen non rende le persone migliori. Ti mette di fronte ad uno specchio, di momento in momento, in ogni azione che compi... sta a te la possibilità e spesso il coraggio di guardare o meno; e l'osservazione già di per sé è un processo trasformativo potentissimo..."

Alessandro della Ventura



                   © Tora Kan Dōjō 

                     www.iogkf.it

                    www.torakanzendojo.org


giovedì 15 giugno 2017

Il gesto universale


Pubblichiamo un articolo tratto da una lezione tenuta da Sensei Paolo Taigō Spongia presso il Tora Kan Dōjō durante la Pratica Zen. In queste righe veniamo richiamati all'attenzione, anche e soprattutto verso i piccoli gesti quotidiani, che mostrano il saper prendersi cura, e svelano il Satori. Le lezioni hanno un carattere colloquiale del quale tener conto nella lettura.
L'articolo è a cura della sezione di Studio e Pratica Zen del 
Tora Kan Dōjō.

In Zazen è buona cosa stare vicini, quasi col rischio di toccarsi. Non bisogna aver paura di contaminarsi con gli altri. Bisogna stare vicini gomito a gomito, è molto importante.

Allora si impara a muoversi con discrezione, a rispettare lo spazio dell'altro e rispettare la sua concentrazione, inoltre permette di ricordare costantemente che lo Zazen non può essere una pratica individualistica.
Non possiamo adattare le regole del Dōjō alla nostra convenienza, anche se si trattasse di una regola dettata ieri andrebbe rispettata come se fosse una regola tramandata da secoli. E’ un modo per uscire da sé stessi, per capire che non possiamo essere noi con il nostro piccolo cervello, che si muove sempre sugli stessi percorsi dettati da abitudini e condizionamenti, a decidere sulla base di cosa ci aggrada o non ci aggrada.
La regola serve anche ad orientare altri in futuro e non solo noi stessi.
Il suono del Moppan (asse di legno che viene colpita con un mazzuolo per segnalare momenti della pratica nel Dōjō e nel Monastero Zen n.d.r.) non è indirizzato solo a voi che praticate Zazen. Pensate per esempio a chi involontariamente lo ascolta mentre sta praticando il Karate nell’altro Dōjō (il Tora Kan Dōjō ha due sale di Pratica, lo Zendō dedicato allo Zazen ed una sala grande dedicata alla Pratica del Karate-Dō n.d.r.), può evocare in lui qualcosa, può comprendere che sta accadendo qualcosa e questo può influenzare il suo spirito mentre ad esempio sta praticando un kata, quindi non pensate che state suonando il Moppan solo per voi. Questa è una cosa importante che spesso ci sfugge: quel suono riverbera molto più lontano di quello che noi possiamo immaginare, nel cuore e nella mente di molte esistenze.
Il fatto di sedere in questo luogo in silenzio, raccolti, in maniera quasi segreta, non deve portare a pensare che sia un’azione che finisce qui e che rimane chiusa tra queste quattro mura. Quest’azione ha un riflesso, un riverbero potente nelle nostre vite e in quelle di chi ci circonda, anche nelle vite di chi non conosciamo ed è ignaro della nostra Pratica.
Quindi non trascurate quel suono, non è solo finalizzato a ricordare qualcosa a noi nel Dōjō, è un suono universale, un richiamo a raccolta rivolto a tutte le Esistenze. Non trascurate nessun gesto perchè ogni gesto ha un riverbero universale.
Dōgen Zenji nel 1200 raccontava queste cose alle persone che praticavano con lui e gli dava le stesse indicazioni, magari in un frangente diverso, ma diceva le stesse cose.
Non serve a nulla leggere Dōgen Zenji se non sentiamo che le sue parole toccano profondamente i nostri cuori e ‘contaminano’ le nostre vite.
Leggere il testo di un Maestro che è vissuto nel Giappone del 1200 non dev’essere come fare dell'archeologia o della filosofia, deve orientare le nostre vite, deve darci le indicazioni vive che dobbiamo mettere in pratica in maniera concreta, offrendogli un nuovo respiro. Dobbiamo ridire quelle parole attraverso la nostra azione.
A prescindere che si sia dei monaci o meno, quando ci accingiamo a qualsiasi gesto in un Monastero Zen o in un Dōjō, anche nel lavarci i denti, recitiamo delle strofe (Gatha) con la convinzione che quel gesto non sia solo messo in atto per sbiancarci i denti ma divenga un gesto universale; per cui quando impugno lo spazzolino recito: 'impugno questo spazzolino perché possa rimuovere la menzogna dalla mia parola e purificarla e perché quest’azione offra beneficio ad ogni esistenza'.
L'azione del lavarsi i denti allora non è più qualcosa legato solo alla nostra igiene personale e ci richiede una maggiore cura ed attenzione perché è a beneficio di tutte le esistenze.
E questo vale per ogni azione quotidiana che così viene in qualche modo ‘santificata’ e 'purificata' dal nostro egoismo, avidità, ignoranza.
Non c'è bisogno di pensare che agiamo a beneficio dell'umanità solo quando ci accingiamo ad azioni umanitarie eclatanti. Certo è importantissimo tirar fuori la gente dalla neve dopo una valanga e ci mancherebbe altro che non lo si facesse (Taigō Sensei fa riferimento ad un episodio di cronaca di quei giorni nd.r.), ma forse se ci laviamo i denti o se facciamo qualsiasi altra cosa con la giusta concentrazione e con spirito ‘religioso’ arriveremo al punto di non dover più scavare la gente fuori dalla neve perché avremo costruito le case senza distrazione o avido spirito di profitto. Molte disgrazie che accadono sono dovute proprio alla distrazione o ad azioni messe in atto senza la dovuta cura o mosse da avidità ed egoismo. Allora arriva la valanga a richiamarci alla nostra responsabilità e la montagna non è assassina, la montagna è benedetta, è santa, anche quando travolge le persone. La montagna fa la montagna, siamo noi che non siamo capaci di fare gli uomini e siamo diventati incapaci di comunicare con la montagna. Il Vajont è stato distrutto perché hanno costruito una diga malamente, con avido spirito di profitto. Un vero montanaro non avrebbe mai costruito una diga in quel posto, ci sono andati gli ingegneri dalle città a farlo, mossi da ben altri interessi.
La vita secondo lo stile e i modi Zen è vera ecologia, innanzitutto ecologia della mente, l’unica da cui può derivare un concreto stile di vita ecologico, non chiacchiere da campagna politica ma semplici e concreti gesti quotidiani.
Allora quando noi suoniamo il legno dobbiamo esprimere questo Pensiero Universale nel suono che riverbera chiamando a raccolta ogni esistenza.
Quando mangiamo, recitando il Gyōhatsu no ge, invitiamo alla nostra mensa il Buddha, i Patriarchi e tutte le esistenze. Tutte le esistenze sono presenti alla nostra mensa, anche se sediamo a tavola in tre. Allora il respiro dei nostri gesti, di tutto quello che facciamo, diventa infinito.
Ma purtroppo siamo stati educati a pensare che il nostro piatto di minestra sia cosa privata riservata solo a noi, alla nostra bocca, al nostro stomaco, e se va bene a quelli che ci stanno intorno, perché spesso non è nemmeno così, non si è più in grado di condividere un pasto, si mangia con gli altri immersi nella distrazione, senza la consapevolezza della condivisione, dello ‘spezzare il pane’, e chi si dice cattolico non può trascurare questo, ognuno è solo con sé stesso in compagnia della sua avidità; ma se noi invece dessimo al nostro nutrirci questo Respiro Universale sarebbe un altro cibo a nutrirci, una vera medicina per il corpo e lo spirito.
Quando solleviamo le ciotole e le portiamo di fronte agli occhi, in segno di offerta e benedizione, compiamo un gesto di trasformazione del cibo, è come quando il sacerdote eleva l'ostia, la trasforma diventando il corpo e il sangue di Gesù Cristo perché l’offerta lo ha trasformato.
E allora mangiare in questo modo diventa una medicina a prescindere da quel che si mangia e innesca una sequenza virtuosa di azioni perché chi preparerà quel cibo che sarà servito a chi è capace di offerta e consapevolezza, lo preparerà con tutto il suo cuore, quel gesto dunque avrà un riverbero vastissimo e alla fine coinvolgerà tutti fino ad arrivare a chi produce le materie prime.
Lo Zen è tutto lì. Quindi quando voi siete invitati alla mensa (e non mi riferisco solo ad un invito a cena) e non accettate l’invito perché magari pensate 'vabbè io posso mancare perchè tanto ci sono gli altri che saranno presenti’ state bestemmiando. Se dimenticate di suonare il moppan non c'è niente di male, succede, però se l'avete dimenticato e avete pensato 'va bene uguale', no, non va bene uguale, perché dovete sentire la responsabilità di chiamare a raccolta tutte le esistenze, non si tratta di fare più o meno bene il compitino che ci ha dato il Maestro, capite?
Ci siamo dati delle regole che dobbiamo continuare a perfezionare affinché la nostra Pratica sia efficace. Dobbiamo affinare i gesti, i modi, stiamo affinando e studiando insieme un linguaggio comune che orienti la nostra Pratica che è anche la nostra vita.
A fine Febbraio verrà a trovarci Shinnyo Roshi e ci potrà dare ulteriori indicazioni per approfondire il nostro esercizio.
Ma il Tora Kan Dōjō, anche se è legato profondamente a Shinnyoji, non è comunque un Tempio e noi abbiamo la responsabilità di tradurre quel linguaggio e quelle forme che sono state tramandate per centinaia di anni attraverso un Lignaggio perché possano essere significative in questo contesto, è questa la nostra Pratica. E dobbiamo essere fedeli, non possiamo fare come ci aggrada o essere approssimativi, siamo i depositari di una Preziosa Eredità. Questo è di fondamentale importanza, perché è la base della nostra Pratica.
Affinare la sensibilità e il gesto attraverso l'esercizio, che vuol dire ripetere, ripetere rinnovando, sempre con maggiore attenzione senza l'istupidimento di chi ripete come coazione a ripetere. Ogni volta che offro un bastoncino d’incenso cerco di fare un gesto sempre più accurato, che poi è l’accuratezza legata a quel preciso istante, affatto standardizzata. Con la cura espressa in quel gesto entro in relazione con chi ha preparato l'incensiere prima del rito, con il Jisha che mi accompagna e mi porge l’incenso e il Jisha e chi prepara l'incensiere deve essere consapevole che sta facendo qualcosa che ci mette in relazione profonda. Non si tratta solo di mettere a posto l’incensiere per fare il compito che qualcuno ci ha assegnato, si tratta di offrire la preparazione dell'incensiere perché io possa offrire a mia volta un incenso al Buddha a nome di tutti. Capite quanto preparare l'incensiere sia importante ? Spesso invece questa incombenza la assumiamo un po' come una seccatura, invece prevede l’atteggiamento di chi sta offrendo l’incensiere al Buddha stesso, con la stessa cura e devozione, così come una buona madre prepara la tavola a cui siederà la sua famiglia con cura, non butta lì due piatti perché ‘bisogna mangiare’, magari cerca di farlo anche con una certa bellezza.
Lo Zen non è una filosofia astratta, è la Pratica di una buona madre (Roshin), di un buon padre.
Noi non siamo più capaci di questa attenzione, stiamo perdendo questa capacità di prenderci cura e e allora accade che la valanga ci travolga.
Io vi consiglio, anche nelle vostre vite fuori dal Dōjō di trovare le forme, i linguaggi adeguati ad ogni situazione attingendo a piene mani all'esperienza fatta nel Dōjō. Fate uso di quel che imparate nel Dōjō: i gesti, il ritmo, l’armonia, vedrete che ne avrete un riscontro enorme se non altro per la vostra pace e per la vostra serenità, nel modo in cui godrete nel far le cose stesse. Perché se voi un gesto lo rinnovate ripetendolo, affinandolo, troverete il modo migliore di fare ogni cosa che sarà sempre in via di perfezionamento perché, come abbiamo detto tante volte, il nostro corpo cambia, la mente, il nostro atteggiamento cambiano, cambia la situazione, cambiano tanti fattori che entrano in gioco per cui ogni giorno quel gesto richiederà un nuovo equilibrio. Potrete constatare dunque che anche la ripetizione non è mai uguale a sé stessa e che è una continua esplorazione di sé.
Quindi affinare i gesti, come nella cerimonia del tè, significa sviluppare una profonda sensibilità alla bellezza, all’armonia, all’equilibrio, che si riflette in ogni azione.
Rispettare la natura di ogni oggetto che utilizziamo e riponendolo al posto giusto (‘ci sono utensili che per loro natura hanno la loro collocazione in alto e utensili che devono stare in basso’ Dōgen Zenji- Tenzo Kyōkun).
Quando posate un bicchiere sul tavolo lo sguardo segue il gesto fino in fondo e la mano si prende cura della natura di quel bicchiere (più pesante o leggero, più solido o fragile) che non urterà pesantemente la superficie del tavolo. Voi, il bicchiere, il tavolo… siete diventati una cosa sola.
Nella nostra pratica che sia quella dello Zen come quella del Budō la perfezione è possibile, nella pratica del Budō si parla di Kami Waza, la tecnica divina, magistrale, perché in perfetta armonia con il momento in cui si compie, pertanto unica ed irripetibile.
Non si tratta dunque di una perfezione che si raggiunge una volta per tutte: è il momento perfetto, il gesto perfetto che tu vivi in maniera perfetta, perché sei totalmente implicato nell’azione al punto da scomparire in essa, da ritrovare quell’unità col tutto che la mente illusa aveva perso.
Allora scopriremo una ricchezza in ogni istante, in tutto quel che facciamo, al punto da fare della vita un’opera d’arte.
Quante volte nella vostra vita avete prestato attenzione, ascolto, all'acqua che scorre sulle mani quando le lavate. Pensateci! Forse mai avete veramente lavato le mani consapevolmente, entrando in relazione con l’acqua. Laviamo le mani e pensiamo ad altro, a quel che dobbiamo fare dopo ma provate una volta a lavarvi le mani solo per lavarvi le mani... potrete scoprire un mondo, un mondo di sensazioni, di pienezza, di gioia, questo è lo Zazen, questo il Satori! Aspettiamo sempre che la gioia arrivi in occasioni speciali invece è lì, a portata di mano.
E quando vi dico queste cose lo faccio per rammentarle anche a me stesso, non ho la pretesa di insegnar nulla che non stia insegnando anche a me stesso costantemente, perché il Satori va rinnovato di momento in momento, ‘Datsu Raku Shin Jin’ rispose Ju Ching al suo Discepolo Dōgen Zenji che gli comunicava il suo Risveglio, ‘continua ad abbandonare corpo e mente’ ‘ continua momento per momento a nutrire questa metamorfosi’


© Tora Kan Dōjō




lunedì 12 giugno 2017

Schegge Budo e Zen - 12 giugno 2017





















"La vera contemplazione è immergersi nell'azione del momento."

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure



"Moltissima gente compendia in una sola attività una doppia o tripla nozione. Dice il proverbio: 'Prendere due piccioni con una fava.'
Ecco ciò che comunemente cerca di fare la gente. Siccome si vogliono prendere troppi piccioni, si ha difficoltà a concentrarsi su una sola attività, e magari va a finire che non si riesce a prendere nemmeno un piccione!"

Shunryu Suzuki Roshi, Mente Zen: mente di principiante



"Alcune cose sono belle
per quel che sono.
In quel preciso momento.
Che durino minuti,
ore, giorni o mesi,
non importa.
Non sono belle per quello
che potrebbero diventare.
Per il luogo da cui arrivano.
Sono belle lì, in quel momento
perché sono così.
Sospese.
Appena sfiorate."

Jorge Luis Borges





"Riflettevo oggi sul fatto che se l'uomo non evolve, portando con sforzo ed impegno a maturazione la sua natura umana, inevitabilmente regredisce... inutile vantarsi di discendere da nobili civiltà.
Cos'hanno a che vedere i cinesi di oggi, gli italiani di oggi... con le grandiose civiltà che hanno camminato sulla stessa terra? Nulla o quasi.
Se l'eredità degli Avi non è raccolta nel cuore, nel corpo e nella mente custodita e perfezionata si perde inesorabilmente nel giro di poche generazioni."

P. Taigō Spongia Sensei




"Grazie alla luce perché vedo e dipingo.
Grazie all'udito perché sento angeli cantare.
Grazie alle mani perché possono toccare e rendere reale.
Grazie alle gambe perché ballo e ovunque vado.
Grazie al gusto perché assaggio e ricordo.
Grazie all'olfatto perché respiro i profumi e le essenze della gente.
Grazie alla musica che con tutti i sensi diventa un'unica cosa."

Monica De Marchi











lunedì 5 giugno 2017

Schegge Budo e Zen - 5 giugno 2017





"L'uomo rimane nella sua stessa ombra e si chiede perché mai faccia buio."

Detto Zen



"Sotto la spada levata alta
c'è l'inferno che ti fa tremare.
Ma vai avanti
e troverai
la terra della beatitudine."

Miyamoto Musashi





"Su tutte le vette è pace,
in tutte le cime trasenti
appena un respiro.
I piccoli uccelli tacciono nel bosco.
Aspetta un poco, presto
Riposerai anche tu."

J.W. Goethe, Ein Gleiches



"Una tribù africana era solita catturare le scimmie praticando un buco in una noce di cocco e mettendo un frutto nel buco, il buco è appena sufficiente a fare entrare la mano della scimmia che afferrando il frutto rimane intrappolata.
Le basterebbe lasciare la presa per tornare libera ma non lo fa... proprio come gli esseri umani."

P. Taigō Spongia Sensei





"Dovremmo sempre tirar fuori il meglio di noi e degli altri invece di attaccarci così tanto ai giudizi e ai difetti nostri e altrui."

Alessandro della Ventura









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martedì 30 maggio 2017

La stoccata


Come sempre pubblichiamo con piacere un articolo ricevuto dal Maestro di Spada Giapponese Enrico Salvi sul senso profondo della Stoccata.

Di recente sono tornato a specchiarmi in una brevissima frase che qualche tempo addietro ebbe su di me l’effetto di una vera e propria stoccata:

«L'abate Agatone dava sovente questo consiglio al suo discepolo: “Non appropriarti mai di un oggetto che non vorresti cedere immediatamente a chiunque”» (Detti dei Padri del Deserto).

Ricordo vivissimamente che nessuna difesa mi fu possibile e che la sconfitta fu immediata. Tale frase breve ed essenziale penetrò repentinamente nel mio petto come una punta di spada, annientando tutto ciò che credevo di avere, tutto ciò che credevo di sapere e tutto ciò che credevo di essere. Seppur per un attimo fugace quella stoccata mi uccise e, grazie ad essa, fui puro specchio, puro vuoto, puro silenzio. Non ebbi il tempo di pensare al contenuto della frase: attraverso la lama appuntita di quelle poche parole la Verità mi attraversò fulmineamente da parte a parte. Mi fu impossibile opporre lo scudo di una qualsiasi dubbio od obiezione. La stoccata fu improvvisa, inevitabile e micidiale.

È proprio così: la Verità è una spada che al momento opportuno e sconosciuto ti trafigge. Non è possibile alcuna parata o deviazione, e ancor meno una replica: c’è soltanto la stoccata e quindi soltanto lo Stoccatore, che, nell’infilzarti, almeno per un attimo ti unisce a Sé in un subitaneo lampo di Luce. Dunque la Via della Spada consiste nell’esser sconfitti dallo Stoccatore, mentre la vetrina dei trofei può restare vuota, dato che tutto ciò che si crede di avere, sapere ed essere è (può essere da un momento all’altro) ridotto a niente dalla stoccata che uccide e illumina.

Tornato in vita, lo Stoccatore avendo riposto la Sua spada nel fodero, volli tuttavia rendermi conto del contenuto di quella frase perforante e luminosamente letale. Mi fu chiaro che analizzare ciò che per un attimo mi aveva ucciso sarebbe stato molto utile per realizzare l’intuizione provocata dalla stoccata. Ebbi la certezza che la trafittura aveva aperto un varco all’introspezione, senza la quale nessuna Via è percorribile. Provocata dalla stoccata irresistibile della Verità, l’intuizione getta una preziosa occhiata in Essa, che però può facilmente ridursi ad un ricordo pseudo gnostico, soddisfacente di per sé e presumente di sé, al quale non segue la metanoia integrale di chi è stato trafitto. Ed infatti altro è intuire la Verità e altro è incarnarla con tutto se stessi, abbandonando, stavolta volontariamente, ciò che si ha, si sa e si è, come altro è vedere uno squarcio di cielo attraverso le nubi e altro è involarsi con le proprie ali oltre di esse nell’etere blu.

Nella Via della Spada la vetrina dei trofei può restare vuota. Anzi, è meglio che resti vuota. Di quel vuoto in cui il trofeo, cioè l’oggetto, può esserci come non esserci: se c’è, va bene, se non c’è, va bene. Ciò che conta è il «va bene in ogni caso», è l’appropriazione che immediatamente sa mutare in cessione. Appropriazione e cessione, ovvero possesso e rinuncia, sono (dovrebbero essere) due atti perfettamente equivalenti. Fra essi, al centro, quale giusto mezzo, la vera libertà e la vera virtù. L’introspezione onesta e costante è lo scandaglio col quale si scende nella profondità di sé e si individua l’oggetto, sia esso cosa, idea, emozione, sentimento e quant’altro  a cui lo spirito concupiscente annidato nel cuore si è abbarbicato quale trofeo incedibile dato che senza di esso l’io si sentirebbe perduto. All’individuazione dell’oggetto o, com’è più probabile, dei numerosi oggetti ritenuti proprietà inalienabili, e che determinano un deleterio ghiacciarsi dello spirito, ha da seguire la seconda e più difficile operazione: la cessione, l’abbandono, il distacco, la rinuncia, insomma il lasciare la presa che permette di installarsi nel giusto mezzo.

L’oggetto, di quale natura sia, è il motivo di resistenza e di aggressività dell’io oppresso dalla paura di perderlo; dell’io che a meno che se non viene trapassato almeno una volta dalla spada dello Stoccatore, non può nemmeno sospettare la libertà di cui partecipa grazie alla Verità, la quale, se è auspicabile che non resti soltanto una  preziosa intuizione propedeutica ad una metanoia integrale, certamente non è appannaggio di un mero intellettualismo che, avendone ingombra la testa, sa soltanto parlarne facendone un trofeo ben in vista nella vetrina.

Concludo proponendo altre due precise e per me indimenticabili stoccate con le quali il magnanimo Stoccatore, attraverso il foro già aperto dalla prima, mi confermò il giusto mezzo della libertà e della virtù nascosto fra l’appropriazione e la cessione, nonché l’insignificanza di qualsiasi trofeo.

«Comprendi quel rilassamento in cui non si afferra né si abbandona alcunché» (Tilopā, Consigli sul Grande Sigillo  – Mahāmudrā).

«Incorruttibile e immacolato è ogni sforzo che non cerchi soddisfazione altrove che nel proprio e semplice compimento» (F. Taiten Guareschi, Fatti di terra).




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lunedì 29 maggio 2017

Schegge Budo e Zen - 29 maggio 2017





















"Il Budō non è soltanto una tecnica, un waza, e ancor meno una competizione sportiva. [...] nel Budō non si tratta soltanto di competere, ma di trovare la pace e il dominio di se stessi.
è la Via, il metodo, l'insegnamento per comprendere perfettamente la natura del proprio io. È la Via del Buddha, Butsu Dō, che permette di scoprire realmente la propria natura originaria, di risvegliarsi dal sonno dell'ego assopito (il nostro piccolo io) e di raggiungere una personalità superiore, completa."


Taisen Deshimaru Roshi, Lo Zen e le Arti Marziali



"Vidi tutte le creature agitate da sussulti, come pesci sul greto; l’ostilità degli uni per gli altri mi riempì di spavento. Il mondo tremava ovunque, nessun luogo era sicuro. Cercai un riparo ma non ne trovai. Vidi allora una freccia, difficile da scorgere, conficcata nel cuore. L’uomo che essa ha trafitto corre in tutte le direzioni, ma quando riesce a strapparsela via smette di correre."

Il Buddha, Attadanda sutta



"Dopo aver ottenuto il risveglio e reso silenziosa la mente, Il Buddha poté udire il rivelarsi della realtà attraverso una miriade di cose, come se queste stessero lì a testimoniare che non c'è nulla che sia degno di essere afferrato e considerato come 'Io' o  'Mio'.
Non sognare di possederle - che idiozia!
Considerare ciò che è insostanziale come 'me' o 'mio' porta solo sofferenza, dolore, e tristezza.
Anche le rocce, la sabbia, la terra, gli alberi e l'erba suonano questa melodia tramite ogni loro parte e crepa.
Nonostante ciò, la mente indaffarata non comprende e non sospetta che ogni cosa sta declamando la lezione del Dharma.
Quando la mente è silenziosa, è possibile perfino udire i fili d'erba parlare fra di loro su questo fatto cruciale: possano tutti gli esseri danzare in pieno agio nella fresca brezza con un cuore reso silente dall'aver lasciato riposare ogni cosa."

Buddhadasa



"Borges diceva: è presunzione d’immortalità salutare un amico dicendogli 'arrivederci' anziché 'addio'.
Se imparassimo a dirci addio ad ogni incontro impareremmo quanto sia prezioso e raro quell'irripetibile momento insieme."

P. Taigō Spongia Sensei



"Attingere alla sorgente della felicità attraverso la rinuncia dell'intento,
per la prima volta 'Essere'...
senza scopo alcuno, senza sforzo."

Monica De Marchi













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sabato 27 maggio 2017

La Cena di un Re





"Abbiamo fame, e anche di fronte
ad un banchetto regale non mangiamo.
Siamo malati, e anche se ci incontriamo il re dei medici,
non seguiamo il suo consiglio.
Come possiamo guarire? "

Shōdōka poema 69 commento del Maestro Taisen Deshimaru:

"Anche la cena di un re non potrà saziarci, se non mangiamo. Quando siamo malati, anche se il re dei medici si prende cura di noi, come possiamo guarire se non seguiamo il suo consiglio?
È necessario praticare.
E 'essenziale per praticare Zazen.
Se cerchiamo di comprendere la religione o l'insegnamento solo attraverso i libri o attraverso il cervello, non siamo in grado di penetrare in profondità.
Alcuni ptretendono di comprendere lo Zen intellettualmente ma non praticano. Pensano che particare Zazen sia molto difficile o possibile solo in un monastero.
Fino al giorno in cui muoiono, non smettono mai di cambiare opinioni, e rimangono incapaci di trovare la finale, verità essenziale dell'esistenza.
Vedono la tavola del re: la ammirano davanti a loro, ma non la toccano.
Altri iniziano la pratica dello Zazen, e dopo un po ', pensano di aver capito tutto e si fermano.
Gli occidentali non sanno molto bene cosa significhi perseverare.
Il Maestro Dōgen ha scritto all'inizio dello Shobogenzo, "Ognuno possiede 'questo',
la Buddha-natura. Ma se non si pratica, non possiamo essere nel Satori, poichè la pratica stessa è il Satori."
Il significato del poema di Yōka Daishi è lo stesso: nessuno può fare l'esperienza del Satori al tuo posto.
Zazen è cogliere il vero sé, per trovare l'autentica libertà interiore. Se ci rivolgiamo solo verso l'esterno, come possiamo trovare questo vero sé e questa libertà interiore? Rivolgersi solo all'esterno è come giocherellare in un parco giochi.
Alcuni pensano, "Zazen è buono. Ho capito. Quindi non c'è bisogno di praticare più." Così preferiscono dedicarsi al loro lavoro, ai loro familiari e usarli come scuse.
Altri dicono, "Zazen è doloroso, Zazen è dispendioso, non mi piace Sensei, la disciplina è troppo dura."
Trovano sempre molte buone ragioni per preferire la conoscenza intellettuale alla pratica, lo studiare l'esterno, piuttosto che studiare il sé.
Alcuni pensano che non hanno bisogno di alcun aiuto. Grosso errore. Devi praticare per conoscere te stesso, per tornare alla condizione normale.
Ci viene offerto un buon pasto, ma siamo incapaci di mangiarlo. Restiamo affamati.
Un altro incontra un grande medico, ma non capisce il rimedio che gli è suggerito e non può guarire.
Zazen significa diventare intimi con sé stessi.
Zazen è un buon pasto, un ottimo rimedio.
Ma deve essere praticato. "

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ENGLISH VERSION

Shōdōka, poem 69. Commentary by Taisen Deshimaru Roshi:

"We are hungry, and even before a royal table we do not eat.
We are sick, and even if we meet the king of doctors, we do not follow his advice.
How can we be healed?"

Commentary:

The king's dinner doesn't satisfy us if we don't eat it. When we're sick, even if the king of doctors cares for us, how can we heal if we don't follow his advice?
It is necessary to practice.
It is essential to practice zazen. If we try to understand religion or teaching only through books or through the brain, we cannot penetrate it deeply. Some understand Zen intellectually but don't practice. They think zazen is very difficult or only possible in a monastery. To the day they die, they never stop changing opinions, and become incapable of finding the final, essential truth of existence.
The king's table: they admire it before them, but they do not touch it.
Others begin the practice of zazen, and after a little while, think
they understand everything. Then they stop. Westerners do not know very well how to persevere.
Master Dogen wrote in the beginning of the Shobogenzo, "Everyone possesses 'this', Buddha-nature. But if we do not
practice, we cannot have satori, as the practice itself is satori." The meaning of Yoka's poem is the same. No one can taste the experience of satori in your place.
Zazen is to seize one's real self, to find true inner freedom. If we only face outwards, how can we find this true self and this inner freedom? To face outwards is like fooling around in the playground.
Some think, "Zazen is good. I understand it. So I don't need to practice anymore." So they prefer to dedicate themselves
to their work, to their family and use them as excuses. Others say, "Zazen is painful, zazen is expensive, I don't like Sensei, the discipline is too severe." They always finds many reasons to prefer knowledge to practice, to study the outer rather than study the self.
Some think they don't need any help. Big mistake. You must practice to know yourself, to return to the normal condition. We are offered a good meal, but we are incapable of eating it. We stay hungry. Another meets a great doctor, but doesn't understand the remedy given and cannot heal.
Zazen means to become intimate with oneself. Zazen is a good meal, an excellent remedy.
It must be practiced.

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